Lorenzo Bellini

Architect by vocation, but also continuing the almost century-long family tradition in architecture, Lorenzo Bellini graduated in Rome in 1968.

He started his professional career by riding the waves of Rome’s construction development in the seventies, leaving a particular mark with some residential building types featured by a clear and dynamic use of the ‘brutalist language’ fashionable in those days.

For Bellini, the challenge to be taken on is to update, via renewal, the heritage of Modernism’s masters; that means planning an architecture that first of all puts the man at the center of the project, focusing on the same functionalism that characterized the activity of Jo Ponti; the result cannot be other than a project with a unique identity, coherent in the method both on the macro scale of the building, and on the micro scale of the interior design as well.

The breakdown of private construction, followed by the petrol crisis of the end of the seventies, brought Lorenzo Bellini to look toward the opportunities emerging in North Africa and the Middle East. In 1984, after winning the international competition for designing the new headquarters of the Development Bank of Cameroun in Yaoundé – and its subsequent construction – Lorenzo Bellini consolidated his presence on the market, acquiring the indispensable credentials to compete with the most important international architectural firms.

The second main turning point happened in the mid nineteen-eighties when the architect became involved in various hotel projects, both in Africa and in the Caribbean. Bellini, almost with a soul motion, began to analyze the Anglo-Saxon methodology and became intrigued by a reality that, in its intrinsic functional complexity, offered the almost unique opportunity to experiment an integral and global planning, envisioning not only the structure’s shell but also what it contains, including all parts in a single process.

Free from ideological prejudices and endowed with Anglo-Saxon pragmatism, Bellini’s project planning method meets the client’s business needs, stating that any hotel – new or to be restored or expanded – is an articulate business unit which, first of all, must be functional and profitable.

In the well-known reconstruction of the Marriott Flora on Via Veneto, in Rome, Bellini successfully realized a very innovative hotel concept: a flexible open space composed by a continuum of interconnected areas where different functions converge in an everlasting environment that adapts itself to the day’s time, avoiding any dead space.

Even in the Hotel Saint George – complex renovation of the Palace of the Court commissioned by Pope Julius to Bramante and remained incomplete – we may observe a new use of the public areas, conceived as series of open spaces that merge into each other with continuity. The result is an ambient in which the various languages are perfectly combined into an eclecticism strictly controlled where the dissonances represent the irreversible link between functions and atmospheres, each one determining the other. It is the concept of the ‘harmonious dissonances’, that upon close analysis unifies all Bellini products, be they international hotels, or interior design pieces.

The indisputable characteristic of any Bellini hotel is that they have their own distinctive spirit, a sort of soul which is a sum of style, personality, atmosphere and elegance which transform a simple hotel into a point of reference in a city. A hotel, then, becomes a dynamic stage that follows the guests by offering them fantastic opportunity to be its actor/spectator thereby experiencing something unique that goes beyond a simple sojourn.

Finally, there is the huge assortment of interior design pieces designed by Lorenzo Bellini which have become part of prestigious collections produced by well-known Italian firms such as Selva, Schoenhuber Franchi, Tonon, MLE , Ceramica Cielo and others. Exciting, functional, evergreen: this is the language that distinguishes Lorenzo Bellini Design product design creations. Introducing these pieces in the Industrial Design niche would be a conceptual error since generally they are not conceived as independent lines but, thanks to the constant attention paid to detail, they are developed in synergy with new hotel projects, as every new hotel also involves the conception of new pieces of furniture created “ad hoc”. These original pieces create a bond between past and present, giving life to a distinctive sign of continuity that inexorably projects itself in the future as it is all destined to be everlasting.

Visit the Website of Lorenzo Bellini

 

Architetto Bellini, a lei che progetta alberghi questa gliela devo proprio dire…
“Dica”.

Sono appena tornato da un paio di giorni in un “five stars” spettacolare. Entravi e ti sembrava di stare a Versailles…luci, colori, musiche…da non crederci!
“Sono felice per lei. E allora?”

Beh…come dire…arrivato in camera, era mezzanotte passata e volevo dormire. Legittimo, no? Eppure le luci e i rumori mi hanno seguito anche a letto, con quell’odioso chiarore che filtrava da sotto la porta. E nella camera sopra han girato coi tacchi a spillo tutta notte. Per non parlare di quella accanto, ehm… Un incubo!
“E lei che ha pensato?”

Sinceramente Arch. Bellini? “Avranno anche cinque stelle ma non mi vedono più!”
“Perfetto. Ha descritto il fallimento di un progetto alberghiero. Ha già capito tutto, potremmo anche salutarci qui”.

No, no, la prego! Era solo uno sfogo, mica parlavo di un suo albergo Architetto Bellini!
“Questo è chiaro. In un mio albergo tutto ciò sarebbe impossibile”.

Facciamo un passo indietro. Lei, Arch. Bellini, ha una grande esperienza nel campo dell’hospitality…
“Ci lavoro dagli anni Ottanta, curando a trecentosessanta gradi il progetto alberghiero, fin nei più minuti dettagli delle componenti. Ricevo spesso testimonianze positive da albergatori e clienti, e sono per me i migliori attestati di stima. Insomma, un’idea me la sono fatta”.

Ce la riassume?
“Punto primo: mai dimenticare la natura aziendale dell’albergo. L’hotel è un’azienda, e come tale deve sottostare alla legge del profitto. Guai a fare dell’autocompiacimento sterile, come quello da lei ricordato prima, quando poi ti accorgi che il cliente dorme male, è servito poco accuratamente, è accolto in modo disattento. La fidelizzazione è la prima cosa, un interior designer di successo deve tener conto di questi aspetti. Il secondo punto è proprio questo: il progettista deve essere un buon interprete della situazione in cui opera”.

Fidelizzazione. Architetto Bellini, cosa significa per lei?
“Nel nostro lavoro deve essere considerata in due direzioni: la soddisfazione del cliente finale, che torna in albergo o che ne parla bene, e quella, altrettanto importante, del gestore nei confronti del progettista”.
Progetto e gestione alberghiera. Qual è il rapporto?
“Strettissimo. Con un buon progetto si ottiene una buona gestione”.

Ma lei Arch. Bellini, alle emozioni non dà peso?
“Al contrario, non vorrei averle dato un’idea sbagliata! La permanenza in albergo deve essere un’esperienza fatta di emozioni, ma sa…in tanti anni ho capito una cosa: l’emozione è ciò che è percepito dal cliente, ma si deve integrare al meglio con la funzionalità. L’emozione deve emergere come la punta di un iceberg. Dietro ci dev’essere un progetto invisibile ma affidabile”.

In altre parole: in una camera d’albergo è più facile soddisfare correttamente una completa funzionalità oppure stimolare emozioni?
“Bisogna dare emozioni e la funzionalità deve essere nascosta, ma sempre presente. Lei cosa ha fatto la mattina che si è svegliato dopo quella notte da incubo? Si sarà lavato e si sarà guardato allo specchio…”

Beh, sì, certo…
“E che cosa ha visto?”

La mia faccia…più brutta del solito, con gli occhi così pesti…poi mi vedevo anche più smunto, emaciato…
“Glielo dico io, è colpa delle luci. Quando si progetta un bagno bisogna pensare a tutto, questa è la funzionalità nascosta. Lei, cliente, non ci fa caso, ma il progettista sa anche come farla apparire più bello, e deve pensarci. Deve farlo, capisce?”

A proposito di luci…lei è famoso per la sua specializzazione in questo campo. Architetto Bellini vogliamo soffermarci sull’argomento?
“Molto volentieri. Nel settore abbiamo sviluppato progetti importanti e vantiamo studi e collaborazioni di prestigio con lighting designer di fama. Innanzitutto bisogna distinguere due tipi di illuminazione: tecnica e decorativa. La prima è un’illuminazione “d’accento”: si impiegano faretti, corpi illuminanti non evidenti. Il risalto è dato a temi ed emozioni, luci/ombre, chiari/scuri, e viene data enfasi anche agli elementi d’arredo. L’illuminazione decorativa, al contrario, vede come protagonisti gli stessi oggetti che fanno luce, che diventano pezzi d’arte e di design. In questo caso è indispensabile una sinergia forte, appunto, tra i designer delle luci e il progettista. Sta poi alla bravura di quest’ultimo orientarsi a seconda del contesto. Non c’è un progetto uguale a un altro. Poi molto dipende dalla situazione in cui si lavora, se il progetto è ex novo o occorre adattarsi a situazioni preesistenti”.

Come si comporta con la luce naturale? La filtra, la sfrutta al massimo?
“Dipende. Se posso contare su un buon landscape, posso progettare grandi finestre e creare un’atmosfera con l’immissione di luce naturale, magari facendo uso di pavimenti con colori che assorbono la luce e creano atmosfere familiari e sensazioni di benessere”.

L’albergo, per essere accogliente, secondo lei deve ricordare una casa?
“Terrei separati i due mondi, perché l’approccio è diverso. In albergo si sta uno, due, tre giorni”.

Ma non capita mai che qualcuno, innamoratosi di una lampada o di altri oggetti fuori serie, progettati apposta per quella camera d’albergo, vi chieda di riprodurne uno per la sua abitazione privata?
“L’uso degli oggetti è diverso, e spesso gli oggetti nell’albergo non hanno un riscontro funzionale in un’abitazione privata. In linea generale direi  che noi disegniamo degli arredi personalizzati per singoli alberghi che spesso vengono inseriti dalle aziende produttrici nel settore retail.

Architetto Bellini in tutto questo c’entra anche il lusso?
“Sì e no. Il lusso lo vedrei più in un’ottica di servizio, un po’ come avviene all’estero. In Italia si identifica ancora il lusso con l’impiego di materiali costosi e di soluzioni decorative di prestigio. All’estero questi valori materiali sono passati in sott’ordine rispetto al fattore umano, al servizio, al prodotto inteso come sintesi di più fattori caratterizzanti. Il lusso è anche una certa accoglienza, un room service di livello un servizio di butler e via dicendo”.

Arch. Bellini a cosa non si può rinunciare in una camera d’albergo?
“Allo star bene. La camera deve innanzitutto trasmettere sensazioni di benessere”.

A questo proposito è importante il microclima?
“Con l’oscuramento e l’insonorizzazione, il microclima ha una parte fondamentale. Prima di tutto viene l’igiene delle superfici, degli oggetti e di tutto quanto è nella camera. Poi l’aria, che deve dare una sensazione di pulito e sano. Per questo in camera occorre cambiare aria spesso, e in questo l’impianto di condizionamento è centrale”.

E le pareti raffrescanti?
“Possono essere un buon supporto, ma a mio parere un buon sistema di condizionamento è irrinunciabile, appunto perché climatizza e rigenera anche l’aria”.

Spesso, soprattutto negli ultimi tempi, si soggiorna in hotel dove quasi non si distingue la camera dal bagno, tanto una sfuma nell’altro. Alcune vasche, poi, sono praticamente a ridosso del letto. Ma non le sembra esagerato?
“No, perché? E’ ora di finirla con l’idea trita che il bagno è altro rispetto alla camera. Bisogna cominciare a ripensare certi luoghi comuni, tra bagno e camera ci può tranquillamente essere continuità. Poi sta al progettista fare salva la discrezione, è naturale”.

E la tv? C’è chi addirittura sta pensando di toglierla. Chi la guarda spesso in albergo deve preoccuparsi?
“Guardi, la tv è un elemento-cardine, checché se ne dica. E le dirò di più: è importante che la tv si possa guardare dal letto o da una poltrona in camera. Molti si addormentano con la tv accesa, e allora ecco gli apparecchi che dopo un certo tempo di inattività si spengono da soli, o riducono il volume”.

Lei che progetta alberghi, quando viaggia, che tipo di albergo predilige?
“Torno al concetto di partenza: grandi emozioni all’esterno, funzionalità nascosta ma sempre presente e a livelli altissimi. Le racconto un aneddoto che risale agli esordi della mia carriera, quasi trent’anni fa. Mi trovavo ad Atlanta per un viaggio di studio di realtà alberghiere avanzate e visitai un famoso albergo. Passai prima dal back of the house, che è la parte chiusa ai clienti, quella per intenderci che “non si vede”. Bene, tutta questa sezione era realizzata a basso costo, con cementi a vista e materiali non costosi perché era l’anima funzionale dell’hotel. A quel punto decisi di seguire il normale percorso di un cameriere in servizio e a un certo punto mi trovai di fronte ad una porta con su scritto a caratteri cubitali STAGE a fianco uno specchio in cui potei ammirare la mia figura da capo a piedi. Un colpetto e fui nello stage, dove tutto era diverso: ricercato, lussuosissimo, emozionante. A quel punto capii il significato dello specchio: era un altolà, uno stop che significava: “Attento, guarda di non avere un capello fuori posto perché stai per entrare nel palcoscenico”. Può sembrare qualcosa di freddo e artefatto, eppure mi fece capire tante cose. Trent’anni fa negli USA avevano già ben chiara la natura aziendale di un hotel”. E’ da questo episodio che capii l’importanza della luce, e quanto gli spazi comuni siano simili ad un palcoscenico dove il cliente è allo stesso tempo attore e spettatore, luoghi dove ama vedere ed essere visto.

E oggi, in Italia?
“Mah, ho qualche perplessità. Lo si vede anche dall’approccio con cui le istituzioni e gli enti locali considerano la realizzazione di un hotel. In Francia se voglio costruire un albergo vado in comune e riesco facilmente ad ottenere una variante al piano regolatore. Qui regna ancora un certo clima di boicottaggio. Il fatto è che non si capisce che l’albergo è un’azienda in tutti i sensi, capisce? Anche un’opportunità di introiti e di lavoro per la zona…ma qui si preferisce coprirsi gli occhi”.

Parliamo di location. Se è naturalmente bella, tanto di guadagnato…
“Certo”. Ricordi le tre condizioni di Mr. Ritz per il successo di un albergo: location, location, location.

I problemi cominciano quando è infelice, con una vista sull’esterno non delle migliori… A quel punto che si fa?
“Si lavora sugli interni, creando suggestioni che non invogliano ad affacciarsi fuori. Ho un esempio concreto: ha presente l’Eden di Roma?”.

Quello in via Ludovisi, vicino via Veneto? Beh, sinceramente non mi sembra un posto così infelice…
“Certo, la posizione è bella. Il problema nacque quando la direzione decise di ricavare delle camere da un mezzanino fino ad allora utilizzato come sala riunioni proprio a causa della sua posizione quasi a livello strada, con pochissimo respiro e poca luce. A quel punto decidemmo di orientare l’interesse verso l’interno camera. Grazie a un’accurata ricerca riproducemmo nelle stanze le vestigia di villa Ludovisi: una soluzione che riscuote tuttora un grande successo”.

Uno sguardo al futuro. Il progetto deve tenere conto della necessità di un albergo di rinnovare la propria immagine nel tempo?
“Bella domanda. L’albergo non ha una vita eterna, e il problema è che i temi cambiano nel tempo. Io direi che in caso di nuove realizzazioni il progetto deve durare almeno il tempo necessario all’ammortamento dell’investimento iniziale, che in un albergo si aggira per gli arredi in media tra i 10 anni e i 15 anni.

Un’ultima cosa: quali trend vede nella progettazione alberghiera in questi ultimi anni?
“Diciamo che ho un rapporto particolare con i trend. Se ci sono trend, io faccio il contrario!”

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