Matteo Nunziati

Architetto Nunziati, Provi a definirsi in poche parole, soprattutto agli  albergatori.
“Mi piace presentarmi attraverso la mia filosofia,  il pensiero che informa il mio modo di operare. In questo senso sono tre gli aspetti che mi connotano: l’attenzione al contesto, la concretezza e la capacità di lavorare a tutto tondo, nel product design come nell’interior”.

Cominciamo dal contesto. Per lei che cos’è un meta-progetto?
“Guardi, al di là delle definizioni direi che è fondamentale cogliere una suggestione culturale, un tema, un aspetto peculiare del luogo in cui sviluppo il mio progetto. Anzi, direi che quest’ultimo prende vita proprio a partire da una suggestione: un colore, un profumo, una musica, una sensazione legata al territorio”.

Qualcosa che sembra lontano anni luce dalla seconda sua idea, quella della concretezza…
“Proprio qui sta la bravura del progettista. Sono consapevole che i miei progetti devono essere commercialmente vendibili, quindi coerenti anche da questo punto di vista e concreti. Non possono essere il monumento all’architetto, è importante mantenere il giusto equilibrio fra emozionalità e funzionalità. Ecco, trovare di volta in volta questo equilibrio è la chiave del mio lavoro”.

Un lavoro che non si limita al product-design, ma indaga fin nell’interno delle camere, negli arredi…
“Altro punto cruciale. Mi piace avere il controllo di tutto, dalla a alla zeta. Realizzare anche l’interior significa recarsi nei luoghi di produzione per scegliere direttamente i materiali, selezionare un legno, una pietra, un rivestimento. Tutto avendo già in mente dove verranno impiegati. Io curo personalmente questi aspetti”.

Arch. Nunziati, quale tra i suoi progetti di alberghi le ha dato più soddisfazione?
“Sono parecchi. Tra i più recenti direi una torre a Dubai che funge da albergo-residence con 145 appartamenti. La ricordo con piacere perché è il primo hotel a Dubai realizzato con fornitori tutti italiani. Una bella soddisfazione!”

Innovazione. Come si declina in un progetto?
“Bella questione. Cominciamo a sgombrare il campo da falsi miti. L’innovazione per me non è il proiettore di ultima generazione in camera. Voglio dire, l’aspetto tecnologico di per sé non fa innovazione in albergo. Innovare significa realizzare il progetto in modo sartoriale, se è necessario anche rompendo gli schemi”.

Ad esempio?
“La storia del design italiano è piena di “rotture”, di punti di svolta. Qualche tempo fa mi trovavo a Stoccolma, e riflettevo sul design scandinavo. Mi stupivo della grande continuità che è riuscito a mantenere nei decenni. Ecco, da noi non è così, sta nel dna del nostro design la spinta a reinventarsi, a mettersi continuamente in discussione. E io, nel mio lavoro, cerco di farmi interprete di queste tendenze: per una camera d’albergo in Kuwait, ad esempio, ho studiato un televisore fluttuante nel vuoto davanti al letto. Saper ridiscutere la tradizione, questo mi sembra
fondamentale, senza perdere di vista la concretezza”.

Cosa invece bisogna evitare?
“La spettacolarizzazione fine a se stessa, che ormai è fuori tempo. Dobbiamo tutti confrontarci con le difficoltà economiche che attanagliano il pianeta. Negli ultimi cinque anni si è assistito a un’ubriacatura di sfarzo esibito: a Mosca come a Pechino, a Dubai come in America si è persa la dimensione umana. Ma oggi a Dubai un appartamento che lo scorso anno costava 200.000 euro viene venduto a un quarto. Ci sarà una ragione…”

Quale secondo lei Architetto Nunziati?
“Il punto è che certi valori stanno tornando reali, dopo essere stati gonfiati per molto tempo. Anche questo è un portato della crisi. Passata l’ebbrezza stiamo ripiombando nella realtà, e questo deve tenerlo ben presente chi opera con consapevolezza”.

In una sua camera si dorme bene o si sogna?
“Eh eh, in periodi di crisi come questo prevalgono gli incubi…quindi direi che innanzitutto bisogna dormire perfettamente, è già difficile fare quello!”

Casa e albergo. Due mondi distanti?
“Tutt’altro. Noi veniamo dalla progettazione domestica e devo dire che nel mercato alberghiero diversi sono ormai gli albergatori che richiedono un mood, uno stile domestico. Questi ultimi partono dal presupposto che un manager, un uomo d’affari in viaggio tutto l’anno di fatto trova in albergo la sua abitazione, e perciò vuole sentirsi rassicurato, a casa propria. Negli Emirati Arabi ho voluto mettere nella lobby dell’hotel una libreria di sei metri zeppa di volumi che si possono sfogliare tranquillamente sprofondati su divani giganteschi. Questo per dire che la dimensione domestica può essere pensata già a partire dagli spazi comuni”.

E in camera?
“E’ molto importante la scelta di materiali rassicuranti. Devono dare sensazione di calore, familiarità. Per questo opto per legni, vetri fumati, rimandi alla natura”.

La barriera casa-hotel non è dunque così rigida …
“Tutt’altro, anche commercialmente i due mondi si stanno incontrando. Sto lavorando a un hotel a Budapest. L’idea è quella di appartamenti in vendita con i servizi di un hotel. Si tratta, in effetti, di una sorta di multiproprietà pensata per chi viaggia per lavoro e si ferma in un luogo anche per periodi piuttosto lunghi. A questo tipo di cliente l’albergo tradizionale può andare un po’ stretto, e d’altra parte non si può pensare che una volta rincasati siano disposti a farsi il bucato e prepararsi la cena e la colazione. Così stiamo pensando a una soluzione a metà, arredando gli appartamenti-camera con gusto domestico: un tipo di fluidità sempre più frequente, perché sta cambiando la tipologia di clienti delle strutture ricettive”.

Quindi lei vede vicini i due mercati?
“Assolutamente sì, stando alla la mia esperienza la separazione fra hotellerie e mercato retail è ormai superata”.

Secondo lei Arch. Nunziati, è importante per il progettista conoscere il target cui si rivolgerà l’hotel?
“Torno al caso di Budapest: dobbiamo studiare il target fianco a fianco con il gestore. Pochi giorni fa ci chiedevamo: venderemo camere o appartamenti? Ecco, è una questione che risolveremo insieme, decidendo e sviluppando le strategie più adeguate. In quel caso stiamo lavorando a stretto contatto, perché sono anche le scelte di chi progetta a determinare il target. Il rapporto è bidirezionale. L’importante, in ogni caso, è che il progetto sia flessibile. Il progettista deve adattarsi alle situazioni ma deve poter anche, all’occorrenza, inventare scenari”.

Vero, tanto più che oggi le esigenze di chi va in hotel stanno cambiando. Ad esempio, cosa ci dice dell’area wellness?
“Ormai è immancabile, e non solo negli alberghi più prestigiosi. Ma anche in questo caso è importante l’innovazione, la sperimentazione. In Croazia stiamo realizzando un “masterplan” di 60 ville, ciascuna dotata di una stanza dedicata al wellness. Una vera e propria spa-suite, realizzata grazie a una serie di attrezzature “a parete” che consentono di razionalizzare gli spazi con ottimi risultati estetici e funzionali”.

Con quali elementi progettuali si raggiunge il benessere dell’utente?
“Come sempre non c’è un passepartout. Il benessere deve partire già dalla camera, ad esempio lavorando sul bagno. Ci sono hotel in cui abbiamo addirittura sostituito la vasca, mettendo al suo posto una doccia da 160 con giochi di spruzzi. Ma occorre sempre tenere d’occhio la concretezza del progetto, come dicevo”.

Il benessere passa anche attraverso la scelta dei materiali?
“Senza dubbio, ma ancora una volta spetta al progettista adattarsi al contesto in cui lavora. Mi piace prendere spunto dai luoghi, adoperare materiali locali ove possibile, richiamare il “genius-loci” anche nella scelta del materiale. Il mio criterio di base è che l’albergo non deve, o perlomeno non deve più, essere un non-luogo, ma deve essere calato in un ambiente e trasmetterne le suggestioni. In questo senso è importante anche la scelta delle luci, che dovranno avere un valore evocativo”.

Per le luci adotta un criterio preciso?
“Direi di no. Mi piace giocare sulle luci indirette, ma anche su led, faretti, corpi illuminanti. In alcuni casi, ho fatto sparire le luci per esaltare le pareti. Altrove ho predisposto camere con quattro faretti, creando un clima di essenzialità e grande suggestione. La luce e gli oggetti che fanno luce devono suscitare emozioni. Ciò che è assolutamente da evitare è l’esibizione fine a se stessa, e tutto quanto si allontana dalla dimensione umana. Siamo in un periodo che va nella direzione opposta, e oggi lusso non fa più rima con sfarzo”.

Su questo non si discute, la crisi ci sta portando a volare un po’ più basso, ma anche a prendere in considerazione valori ormai dimenticati. Altro fenomeno di questi tempi è la presa di coscienza della necessità di operare in modo sostenibile, non solo economicamente ma anche ecologicamente. Cosa ne pensa? E’ possibile farlo anche nell’edilizia alberghiera?
“Sì, e le dirò di più. E’ una cosa con cui tutti dovremo fare i conti ed è un tema su cui stiamo lavorando”.

Qualcuno ha detto che gli impianti fotovoltaici, che sono un po’ il simbolo della responsabilità energetica e del futuro sostenibile, potranno addirittura diventare portatori di un linguaggio espressivo. E’ una provocazione?
“No, può essere un’idea! Io estenderei il concetto all’intera impiantistica, fino ad oggi vista come qualcosa da camuffare,nascondere. Cercare di farla diventare parte integrante del linguaggio architettonico può essere una sfida interessante”.

Tra le sue realizzazioni Arch. Nunziati, ci sono costruzioni oppure opere di interior ispirate al feng-shui?
“Abbiamo una spa in Cina totalmente ispirata al feng-shui. Un progetto che ci ha incuriosito e divertito”.

La necessità di velocità nella costruzione e produzione dell’hotel possono influenzare la progettazione?
“Di fatto è così, e allora bisogna studiare soluzioni funzionali ed efficaci. Mi vengono in mente ad esempio le testate dei letti con le connessioni elettriche inserite, che consentono di guadagnare tempo nell’installazione perché evitano le tracce nei muri. Ma è solo un esempio fra tanti”.

Che ruolo hanno secondo lei, le location e la spettacolarità di un hotel?
“Importantissimo. Da lì si può partire per trovare le giuste suggestioni e costruire l’esperienza di chi soggiorna”.

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